Pop Science


Bio-Love è un blog che parla di scienza e di scienziati. Questo articolo, apparentemente distante dagli altri contenuti del sito, nasce come un editoriale, nel quale viene discussa una visione più ampia della scienza, non strettamente legata alla biologia, ma che può in ogni caso essere correlata alla comunicazione della scienza e alla divulgazione scientifica, temi fondamentali per questo blog.

Pop Science: da Galileo a Sheldon Cooper, un’analisi sulla percezione della figura dello scienziato nella cultura di massa

 

Dai feed dei social network ai notiziari televisivi, la scienza occupa uno spazio decisamente ristretto all’interno del mondo della comunicazione e dei mass media, e spesso questo spazio è limitato a fatterelli curiosi e simili al gossip. Le notizie scientifiche sono spesso notizie di serie B, semplici curiosità da raccontare a cena agli amici.

Presunte citazioni di scienziati famosi, ricerche controcorrente di ricercatori ribelli che lottano contro il sistema, notizie squallide mascherate da “recenti studi di un’università americana” e le cosiddette bufale; se scrolliamo un po’ la nostra home page di facebook, possiamo trovare tranquillamente tutte queste categorie.

Quante volte abbiamo letto che “il calabrone ha un rapporto superficie alare – massa corporea tale per cui, secondo la fisica, non potrebbe volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso”? Questa leggenda metropolitana, o bufala che dir si voglia, è il perfetto esempio del peggior modo in cui possa essere raccontata la scienza. Per correttezza mi sento in dovere di precisare che il volo del calabrone non viola alcuna legge fisica, e la capacità di volare, nonostante l’elevata massa corporea, deriva principalmente dal fatto che questo insetto compie 230 battiti d’ali al secondo (una frequenza 5 volte maggiore rispetto a quella dei colibrì), come documentato da diversi studi scientifici e riprese in slow motion.

bombo volo calabrone impossibile fisica aereodinamica

L’origine della leggenda metropolitana secondo cui il calabrone o il bombo non potrebbe volare, potrebbe nascere da un testo francese del 1934, Le vol des insectes (Il volo degli insetti) scritto dall’entomologo Antoine Magnan; in esso, l’autore applica le equazioni relative alla resistenza dell’aria agli insetti e ne ottiene che il loro volo sarebbe impossibile, ma aggiunge che “non ci si dovrebbe sorprendere del fatto che i risultati dei calcoli non coincidano con la realtà”. Nella foto un esemplare di Bombus pascuorum (photocredit: Richard Bartz, Munich).

Con l’eccezione della medicina e della ricerca in campo medico più in generale, la scienza è spesso percepita come qualcosa di lontano dalla società moderna, la cui utilità viene spesso messa in dubbio, sia da testate giornalistiche ferme al medioevo, sia da personaggi di dubbia utilità sociale. È necessario però un mea culpa anche da parte della comunità scientifica, che per troppi anni si è rifugiata nelle proprie torri d’avorio e ha sfoggiato, in certi casi, un arrogante elitarismo accademico e intellettuale che ha contribuito a disgiungere scienza e società in due magisteri separati e non sovrapponibili (il concetto di NOMa, cioè non-overlapping magisteria è da attribuire al paleontologo statunitense  Stephen Jay Gould, il quale si riferiva, però, a scienza e religione).

Fortunatamente ci stiamo allontanando da questi tempi bui, e l’interesse verso la scienza sta indubbiamente rifiorendo. Un piccolo esempio può essere la citizen science, ossia la scienza dei cittadini: questi progetti puntano proprio a far collaborare i cittadini che normalmente non si occupano a livello professionale di ricerca, direttamente con la comunità scientifica.

Obiettivo di chi scrive, non è però analizzare quali branche della scienza facciano maggior presa sul grande pubblico, ma qual è invece la percezione della figura dello scienziato, del ricercatore e della comunità scientifica nella cultura popolare.

Più che i fatti, sembrerebbero infatti avere successo le persone, con il loro carattere, i loro pregi e i loro difetti. Il motivo è semplice: è possibile affezionarsi molto più facilmente a una figura umana che a una teoria scientifica, e questo Homo sapiens a cui ci affezioniamo è un veicolo di emozioni, che vengono trasmesse, assieme alla notizia, dal mittente al destinatario. Il modello di comunicazione mediatica è infatti cambiato nel tempo, passando dalla semplice cronaca, al racconto condito di emozioni, fino ad arrivare ai casi limite tipici della televisione D’Ursiana, caratterizzata da contenitori privi di qualsivoglia contenuto e riempiti solo di sterili emozioni prefabbricate in serie dalla squallida industria dello share televisivo.

La figura dello scienziato sta però riscoprendo una nuova, o forse una prima, età dell’oro, basti pensare a figure carismatiche attorno alle quali ruotano intere serie di successo, come Sheldon Cooper (The Big Bang Theory) o Walter White (Breaking Bad). E anche quando non c’è uno scienziato così particolare (tanto da rischiare di cadere nella macchietta), esistono intere serie televisive dove tutti i protagonisti sono scienziati, o comunque dove si fa ricorso al metodo scientifico. In tutte le serie di CSI, l’investigatore di turno non percepisce chi possa essere l’assassino, non ha lampi di genio o illuminazioni divine, ma lo trova e lo accusa grazie ad analisi, dati ed esperimenti. Certo in questo modo si corre il rischio di raccontare una scienza perfetta e infallibile, ben lontana dalla realtà, e lo scienziato diventa un deus ex machina in grado di risolvere ogni enigma e dipanare ogni questione semplicemente centrifugando una provetta (si veda per esempio il cosiddetto effetto CSI, qui e qui).

In ogni caso, l’elemento “scienza” all’interno di un’opera artistica o letteraria passa attraverso le persone, attraverso la descrizione di personaggi, macchiette, stereotipi e gimmicks.

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Il dottore Victor Frankenstein rappresenta lo stereotipo dello “scienziato pazzo” per eccellenza. Nell’immagine, Gene Wilder interpreta il Dr. Frederick Frankenstein, nipote del famoso dottor Victor von Frankenstein nella famosa pellicola “Frankenstein Junior (Young Frankenstein)” di Mel Brooks.

In questo lavoro, l’amico ed ex compagno di corso Filippo evidenzia alcuni degli stereotipi con i quali vengono più frequentemente rappresentati gli scienziati nelle opere artistiche. Lo stereotipo ha infatti il vantaggio e lo svantaggio di semplificare i messaggi, rendendo da un lato la comunicazione veloce, semplice e immediata, ma d’altro canto non permettendo l’approfondimento.

Ho pensato di estendere gli stereotipi trovati da Filippo aggiungendone altri, e in particolare di classificarli tenendo conto di due fattori che caratterizzano la percezione e la figura dello scienziato quando viene raccontato nei media (moderni e non): da un lato la socialità dello scienziato (ossia quanto è immerso nella società e nella comunità in cui vive) e dall’altro l’etica che caratterizza gli uomini di scienza, intesa come morale personale oppure deontologia professionale (una domanda ricorrente in molte opere è infatti “fin dove può spingersi la ricerca scientifica?”).

Gli stereotipi che ho trovato sono stati posizionati inizialmente su un asse cartesiano, in modo da poter rappresentare visivamente quanto le due componenti pesassero nell’attribuzione di quel particolare stereotipo. A livello visivo il risultato mi era sembrato soddisfacente, ma incompleto. Ho pensato così di basarmi sulle tabelle a 9 celle degli allineamenti utilizzate nel gioco da tavolo Dungeons&Dragons (fino all’edizione 3.5), in modo da gestire al meglio le diverse sfaccettature. In questo famoso gioco di ruolo, ogni personaggio ha un determinato allineamento, ossia la caratteristica utilizzata “per riassumere attraverso canoni ben delineati l’atteggiamento morale, etico e psicologico dei personaggi giocanti […] attorno alle due dicotomie “bene/male” e “legge/caos”, ed esprimere come il personaggio si pone eticamente rispetto alle leggi, alle convenzioni ed alle tradizioni” (Wikipedia).

In questo modo, spostandosi da sinistra verso destra si può valutare come lo scienziato si rapporta con la società, mentre dall’alto al basso come quella persona si rapporta con la scienza stessa e con la comunità scientifica.

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N.B. i personaggi citati di seguito non rispecchiano il vero carattere del personaggio storico di riferimento, qualora siano persone realmente esistite, ma come viene percepita la loro figura oggi nei media e nella cultura di massa, in base a un’indagine del tutto personale, ma condotta su ampia scala; questa tabella riassume infatti gli stereotipi.

Didascalia:

  1. Il Genio: questa è la categoria dove troviamo Albert Einstein, Sherlock Holmes e Gil Grissom. Lo scienziato per eccellenza, che usa il metodo scientifico in maniera responsabile e riesce ad avere intuizioni “da genio”. È perfettamente inserito nella società ed è in grado di elaborare teorie, pensieri e concetti che la persona comune non avrebbe mai concepito. Chi gli sta attorno lo rispetta proprio per la sua genialità, e non ha grandi problemi a rapportarsi con chi non ha la sua stessa formazione scientifica.
  1. L’Ultra Razionale: la razionalità (dal latino ratio, cioè “ragione”, “motivo”, “senso”) è una caratteristica fondamentale della ricerca scientifica; spesso però può venire erroneamente interpretata come assenza di emozioni. Nulla di più falso, visto che gli scienziati, dopo tutto, sono esseri umani. E in quanto tali possono provare emozioni (entusiasmo per una nuova scoperta, delusione per dati poco convincenti, eccetera). Ma non è questo il caso: questo stereotipo è uno scienziato senza emozioni, che si limita a compiere il suo dovere e che è relativamente disinteressato alle ricadute sociali che il suo operato può avere. GLaDOS della serie Portal è il perfetto esempio di Ultra Razionale: un’intelligenza artificiale senza scrupoli, programmata solo per condurre alcuni esperimenti su cavie umane, incurante delle conseguenze.
  1. Il Sociopatico: spesso interconnesso con il Nerd (vedi sotto), ha problemi a relazionarsi con le persone, e di conseguenza il laboratorio diventa quel luogo sicuro nel quale rifugiarsi. È fondamentalmente un Genio (punto n.1), ma viene comunque caricato di valori negativi semplicemente perché introverso. Un esempio calzante di questo stereotipo è il Dottor House, una mente geniale ma non in grado di interagire con il prossimo.
  1. Il Medico da Campo: questo è lo scienziato che qualche volta non rispetta le regole e le procedure imposte dalla legge o dal normale buonsenso, ma lo fa per un fine più alto, per il bene della società o di una piccola parte di essa, proprio come il medico da campo che in guerra, non avendo la possibilità di operare nelle migliori condizioni possibili, viola le comuni norme sanitarie, ma solo per poter salvare una vita. In questa categoria ricade anche Walter White: fondamentalmente il protagonista della serie Breaking Bad fa qualcosa di illegale (cucina metanfetamine), ma lo spettatore è disposto a perdonarlo per motivi di forza maggiore.
  1. Lo Scienziato di Manhattan: in questa categoria troviamo tutte quelle figure costrette da governi o forze politiche a realizzare qualcosa contro la propria volontà (il nome allude al Progetto Manhattan, il programma di ricerca che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la seconda guerra mondiale). Per fare un esempio di scienziato nelle mani della politica, potremmo pensare a Nikolai Stepanovich Sokolov della serie Metal Gear Solid, conteso tra USA e URSS durante la guerra fredda a causa delle sue conoscenze e alla sua capacità di realizzare lo Shagohod, un potente mezzo in grado di lanciare testate nucleari da qualsiasi terreno e posizione. Sempre qui potremmo posizionare anche una delle figure storiche più pop, ossia Galileo Galilei: lo scienziato pisano, padre della scienza moderna, è infatti costretto a ritrattare, modificare e interrompere i suoi studi a causa delle pressioni politiche esercitate dalla Chiesa Cattolica.
  1. Il Nerd: Sheldon, Leonard, Rajesh e Howard (i protagonisti della serie TV The Big Bang Theory) sono scienziati, ma sono anche appassionati di fantascienza, videogame, e tutte quelle cose da nerd. Poco inseriti nella società, i nerd si limitano a compiere il loro lavoro di ricerca, spesso con risultati eccelsi, ma ogni loro scoperta ha comunque un forte retrogusto di sfiga. Molto ligi al dovere, sono però disposti a violare le regole per qualche piccolo tornaconto personale (come per esempio fare colpo su una ragazza facendole guidare il Mars Rover, con conseguenze disastrose).
  1. L’Anticonformista: è lo scienziato rivoluzionario, che pensa fuori dal coro e che vuole andare controcorrente. Questo stereotipo si fonda molto sul falso mito secondo il quale gli scienziati, a differenza degli artisti, sappiano ragionare solo in maniera sistematica e lineare, nel peggior significato possibile del termine. L’Anticonformista invece rompe gli schemi e grazie a questa ribellione intellettuale riesce ad avere le intuizioni tipiche del Genio (punto 1). Anche in questo caso, così come nel Medico da Campo (punto 4), l’anticonformista è raccontato come trasgressore delle regole, ma per un fine superiore. Il suo allontanamento dalla comunità scientifica è momentaneo e accettato dalla società, in previsione di un futuro riconoscimento da parte dei colleghi, eventualmente anche post mortem. Un classico esempio è Nikola Tesla, non il “vero” Tesla personaggio storico, ma come viene percepito e raccontato oggi in molti media, in particolare nei fumetti e nei videogiochi fantascientifici o nelle opere steampunk (qui una lunga lista dei riferimenti culturali a Tesla nella cultura di massa americana).
  1. L’Oppresso: è lo scienziato che lotta contro la comunità scientifica o che viene descritto come una vittima delle rigide regole che la governano. Tecnicamente non andrebbe più nemmeno considerato uno scienziato, nel senso etimologico del termine (non seguendo più, per l’appunto, il metodo scientifico), ma anche in questo caso lo stereotipo giustifica questa ribellione alle regole per un fine superiore e apparentemente buono. Questo è il caso di tutti gli scienziati (quando vengono descritti positivamente) fondatori o sostenitori delle medicine alternative, ossia tutte quelle pratiche mediche per le quali non esiste prova di efficacia (tutto ciò che è al di fuori della EBM, Evidence-based medicine). Questi scienziati sono spesso contrapposti ai rigidi e inflessibili medici tradizionali (descritti come un mix gli Ultra Razionali del punto 2 e i Sociopatici del punto 3), i quali seguono ciecamente le regole imposte dalla medicina. La descrizione dell’Oppresso è un vero e proprio cherry-picking di ciò che fa comodo raccontare all’autore: da un lato vengono sottolineati i titoli di studio e i riconoscimenti in ambito scientifico e accademico, facendo leva sulla posizione super partes della scienza e sul suo aspetto più meritocratico, d’altro canto poi viene demonizzata la stessa comunità scientifica, la quale stava tarpando le ali allo scienziato e che oggi lo opprime. È davvero curioso come questo aspetto contraddittorio sia sfruttato a livello narrativo, mettendo sotto due luci completamente diverse la scienza: prima fonte di rafforzamenti valoriali per il soggetto, poi bieco fight club razionalista. Alcuni esempi celebri: Davide Vannoni (metodo “Stamina”), T. Colin Campbell (The China Study), Rudolf Steiner (antroposofia, agricoltura biodinamica) e Samuel Hahnemann (omeopatia), giusto per citare i più famosi e dei quali si trovano, spesso, descrizioni molto positive.
  1. Lo Scienziato Pazzo: questo stereotipo è un’eredità che ci portiamo dietro dall’800, ed esplicato al meglio nell’opera di Mary Shelley “Frankenstein, o il moderno Prometeo“; la figura dello scienziato pazzo altro non è che un capro espiatorio creato da e per chi ha paura della scienza e del progresso, da chi non è in grado di accettare la possibilità che si possa esplorare oltre i limiti che, solamente per sua convinzione, siano stati imposti dalla divinità o dalla natura (nella versione più new age o wicca del termine). Lo scienziato pazzo, così come il Dottor Frankenstein, fa qualcosa che non dovrebbe fare, e il giudizio della società sul suo operato è estremamente negativo. Lo Scienziato Pazzo può essere stato un Genio (punto 1) in passato, ma la perdita della ragione e la follia che lo caratterizzano, ne fanno oggi una personalità pericolosa che vuole giocare a essere un dio. È senza dubbio una delle macchiette più diffuse nei media, e forse la più stereotipata (lo scienziato pazzo ha sempre un aspetto trasandato, è un uomo bianco di mezza età, ha avuto un passato felice, ha un accento tedesco o dell’est Europa, ha una vita solitaria, è una persona estremamente materialista, eccetera). La figura dello Scienziato Pazzo appare in moltissimi film e opere letterarie, ma soprattutto in videogiochi e fumetti. Questo stereotipo viene utilizzato anche per connotare negativamente branche della scienza o della ricerca che non si conoscono o che si temono: per fare un esempio basti pensare che nella stragrande maggioranza dei media italiani, chi si occupa di biotecnologie (in particolare riguardo agli OGM), procreazione assistita, genetica, embriologia o sperimentazione animale, è spesso descritto come uno scienziato pazzo, o comunque il campo di ricerca è una nicchia della scienza tentua in vita da Scienziati Pazzi. Curiosamente non ci sono Scienziati Pazzi che si occupano di matematica, di antropologia o di scienze sociali, probabilmente perché queste discipline non vengono percepite come potenzialmente pericolose per la società.
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La sperimentazione animale, è un tema che da alcuni anni sta infiammando l’opinione pubblica, tanto da essere citata in una puntata della serie televisiva animata “I Griffin” (Family Guy) di Seth MacFarlane. Descrivendo in chiave comica una inesistente, ma verosimile, associazione animalista, vengono mostrati alcuni esempi di sperimentazione animale nell’industria cosmetica. In questa scena viene testato se il nuovo modello di rossetto sia o meno antiproiettile, provando a spalmarlo sulle labbra di un coniglio e sparandogli un colpo di pistola.

Come per molte ricerche in ambito scientifico, può sorgere il dubbio sull’utilità di una riflessione sullo stereotipo dello scienziato o, più in generale, di studi sociologici sulla scienza. In realtà grazie a una migliore comprensione della percezione pubblica della scienza si hanno molte ripercussioni, soprattutto sulle scelte politiche ed economiche. Giusto per fare un esempio estremamente attuale, la comunità scientifica è concorde sul fatto che gli OGM non abbiano alcun effetto nocivo per la salute, ma la percezione pubblica di tale argomento è molto differente e l’opinione comune della società ha portato il nostro Paese a prendere un precisa (e anacronistica) decisione politica in merito, con conseguenze economiche e sociali molto pesanti; la stessa cosa sta accadendo anche con i presunti e inesistenti effetti collaterali causati dai vaccini: non ci sono evidenze scientifiche di nessun tipo che possano correlare vaccino e autismo, ma la percezione pubblica è molto differente dai dati scientifici, tanto da dedicare rubriche giornalistiche e trasmissioni televisive all’argomento, che seppure ripetuto infinite volte, non smette di essere infondato.

Capire come e quanto la comunità scientifica sia immersa nella società e nella cultura è quindi estremamente utile, e può fornirci una cartina al tornasole per entrambe le parti: da un lato può aiutare chi non si occupa a livello professionale di ricerca a comprendere meglio il valore culturale della scienza, e dall’altro può aiutare gli scienziati a uscire dalle loro torri d’avorio per raccontare che la Creatura del Dottor Frankenstein resta, tutt’oggi, cofinata all’interno delle pagine di un bellissimo libro.

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