Lode alle larve


Gli insetti sono uno dei gruppi tassonomici più interessanti dal punto di vista dell’evoluzione e della distribuzione nei diversi habitat terrestri. Questa classe è infatti il più grande raggruppamento di animali che popolano la Terra: con oltre un milione di specie, rappresentano i cinque sesti dell’intero regno animale.

insetti-biodiversità

 

 

Una storia lunga milioni di anni

Il successo evolutivo di queste specie emerge anche analizzando la presenza di questi animali sul Pianeta: molto probabilmente sono stati tra i primi organismi a colonizzare le terre emerse, perché si trovano fossili di insetti già nel Devoniano, periodo che va dai 400 ai 350 milioni di anni fa. La fine del Devoniano è stata inoltre caratterizzata da una grande estinzione di massa, che ha permesso ai grossi rettili di prendere il sopravvento sulla terraferma, così come la successiva estinzione di massa del Cretaceo, ha causato l’estinzione di quasi tutti questi grossi rettili per lasciare spazio ai mammiferi. Nonostante questi diversi fenomeni catastrofici, gli insetti sono rimasti costantemente presenti e ben adattati all’ambiente in continua evoluzione.

Una libellula preistorica fossilizzata (Meganeuridae). Fonte: askabiologist.asu.edu

Una libellula preistorica fossilizzata (Meganeuridae). Fonte: askabiologist.asu.edu

Applicazioni moderne

Proprio dagli insetti potrebbero nascere alcune soluzioni innovative per risolvere diversi problemi che oggi colpiscono il nostro pianeta: per esempio si sta studiando come realizzare dei veri e propri allevamenti di insetti, cresciuti su scarti dell’industria agro-alimentare, per ricavarne farine commestibili. Oltre all’impatto ambientale quasi nullo, questi prodotti sono perfettamente commestibili sia dagli esseri umani, sia da altri animali da allevamento, e i valori nutrizionali di questi prodotti sono elevatissimi (si veda, per esempio, il rapporto FAO sull’entomofagia, ossia il consumo di insetti come alimento).

Una nuova scoperta altrettanto spettacolare riguarda le larve di Tenebrio molitor, ossia le tarme della farina. Questi insetti crescono, come suggerisce il nome, alimentandosi di prodotti alimentari in decomposizione, in particolare farinacei e derivati dalla lavorazione dei cereali. Il coleottero adulto ricorda molto uno scarabeo: nero, lucido con due antenne ben visibili e due ali poste sul dorso. Una femmina adulta può deporre fino a  500 uova; questo sono sono bianche e lunghe poco più di un millimetro. Le uova iniziano a schiudersi dopo un tempo che va dai 5 ai 20 giorni, in base alla temperatura, dando vita a minuscole larve di colore biancastro. Crescendo, le larve tendono a diventare più scure fino ad assumere una colorazione giallo/marrone con un corpo duro e lucido.

tarma farina adulto

Un esemplare adulto di Tenebrio molitor. La somiglianza con gli scarabei è molta, ma nonostante anche questo isnetto abbia le ali, non è in grado di volare. (Photocredit: Sanja)

Come tutti gli insetti che compiono metamorfosi, passano attraverso 4 fasi della vita: uovo, larva, pupa (crisalide) e adulto. Il periodo che però ha interessato maggiormente i ricercatori ultimamente, è la fase di larva: uno studio dell’Università di Stanford ha evidenziato come le larve di Tenebrio molitor possano crescere e sopravvivere nutrendosi di polistirolo e altri tipi di polystirene, materiali non biodegradabili e non commestibili.

I ricercatori hanno preso in esame 100 larve di Tenebrio molitor che sono state nutrite con 40 mg di polystirene al giorno. Le tarme della farina, in fase larvale, hanno trasformato circa metà di questa materia plastica in anidride carbonica, e la restante metà in altre sostanze di rifiuto altamente biodegradabili. I responsabili di questa capacità di di metabolizzare la plastica, sembrerebbero essere alcuni particolari batteri presente nell’apparato digerente di questo insetto.

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Una larva di Tenebrio molitor (Photocredit: Rasbak).

Il prossimo step sarà quindi cercare di capire esattamente quali siano questi batteri coinvolti nel processo digestivo del polystyrene. Una volta chiarito ciò, si potrà pensare di produrre su larga scala gli enzimi di questi batteri e utilzzarli per facilitare lo smaltimento dei rifiuti.

 

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