Definire: “vivente”


Credo che ognuno di noi abbia visto sul proprio sussidiario, alle scuole medie, un’immagine circolare come questa, dove venivano illustrate tutte quelle caratteristiche fanno di un ammasso di atomi un essere vivente.

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La definizione classica che abbiamo imparato nelle lezioni di scienze, dice infatti che un organismo vivente nasce, cresce, si riproduce e poi muore. Che si tratti della tartaruga gigante delle Galapagos (Chelonoidis niger, la cui vita dura in media 200 anni) oppure il moscerino della frutta (Drosophila melanogaster, che non sopravvive più di due settimane) ci sembra piuttosto facile definirli organismi viventi.

Lo stesso discorso vale per le piante, che con fiori, semi e frutti rientrano perfettamente nel ciclo qui sopra descritto.

Le cose però iniziano a complicarsi se andiamo verso il mondo microscopico. Se pensiamo ai batteri, per esempio, questi è vero che in un certo senso crescono e si riproducono, ma con una riproduzione differente da quella tipica degli organismi superiori. Quando un batterio si riproduce, infatti, genera una copia identica a se stesso: un clone insomma.

Se parliamo di virus, il discorso diventa molto complicato, perché sono organismi molto semplici. Al di là del gioco di parole, i virus non hanno delle strutture o dei meccanismi per riprodursi, ma solo un piccolo frammento di DNA (o RNA). Una volta assalita una cellula bersaglio, sfrutterà i macchinari replicativi di quella cellula per produrre copie di se stesso. Per anni ci si è chiesti infatti se il virus possa essere definito un organismo vivente oppure no, perché non è affatto autosufficiente e deve per forza parassitare un organismo, eppure una volta colpito il suo obbiettivo si riproduce e (a volte) muore, ma senza una crescita o uno sviluppo effettivo. Il termine che sembrò più adatto fu infatti endoparassita obbligato.

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Se vogliamo complicare ancora di più la questione, potremmo chiederci come fare a capire se, su qualche altro pianeta sparso per l’universo, ci siano altri esseri viventi. Nell’immaginario collettivo (ma in particolare nella cultura cinematografica classica) gli abitanti di altri sistemi planetari erano spesso immaginati tendenzialmente simili agli essere umani o a creature viventi sul pianeta Terra. L’evoluzione e la selezione naturale operano però senza un fine e senza una direzione, semplicemente in relazione alle caratteristiche dell’ambiente esterno. Non è detto quindi che dovremo aspettarci creature simili a noi stessi. Potrebbe esistere un pianeta con creature simili a delle nuvole, estremante fluide e vaporose ma dotate di intelligenza, linguaggio e capacità astrattiva? In tal caso, come definiamo se quella cosa è o meno un essere vivente?

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Ciò che accomuna tutte le creature sul nostro pianeta (e presumibilmente su tutti gli altri pianeti dove c’è quella che noi chiamiamo vita) è però la capacità di riprodursi. Un sasso non genera un altro sasso. Un batterio, seppure con meccanismi particolari e differenti da quelli a cui siamo abituati a vedere tutti i giorni, si riproduce anch’esso.

E, guarda caso, sia il batterio, che la balena in cima a questo articolo, che l’Homo sapiens che lo sta leggendo, si riproducono attraverso un sistema basato sul DNA, un linguaggio universale con cui è descritto l’intero mondo del vivente.

Questo DNA è contenuto all’interno dei cromosomi, ossia porzioni definite di questa lunga catena. E le informazioni contenute in questa catena, sono raggruppate all’interno dei geni, brevi frasi che contengono una singola istruzione. I geni si replicano da un organismo all’altro, da genitore a figlio, conservando le informazioni scritte all’interno. Ognuno di noi ha geni materni e paterni, e porta infatti alcune caratteristiche di entrambi. I gemelli monozigoti si assomigliano moltissimo, avendo infatti gli stessi geni.

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Dalla scoperta del DNA e della genetica, i geni hanno oggi assunto un ruolo chiave nella biologia moderna e in particolare negli studi sull’evoluzione. Se i primi organismi presenti sul nostro pianeta avevano pochi e semplici geni, questi replicatori oggi sono contenuto dentro macchina di sopravvivenza complesse, come un mammifero, una pianta o un mollusco. I geni, all’interno di queste ingegnose forme, competono per potersi riprodurre.

E la cicala che resta l’intero giorno a frinire in mezzo al prato per convincere la partner ad accoppiarsi, “vuole” in fondo, solo replicare i propri geni.

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